Teologia   morale  e  antropologia  teologica: una   traccia.

  di Nicola Elia

  Nei primi incontri del 1° corso di formazione politica promosso dal PPI di Marcianise abbiamo avuto modo di riflettere su tematiche-guida fondamentali per i cattolici democratici, qui di seguito riportate.

La dottrina sociale è essenzialmente teologia morale applicata alle questioni sociali, ovvero teologia morale applicata alle questioni etiche sollevate dalle società umane. La dottrina sociale della Chiesa non è né un’ideologia, né una teoria sociale, né un’utopia idealizzata o astrazione etica per  la collettività umana. E’ errato ridurre la dottrina sociale della Chiesa a una terza via tra il marxismo ed il capitalismo. Con essa  si intende orientare  il cammino dell’uomo in chiave cristiana: anche e soprattutto per tale ragione essa appartiene al campo della teologia e non  a quello dell’ideologia, pur ancorata a nobili ideali come la fraternità universale, la giustizia, la pace, ad esempio. Essa invita all’azione umana promuovendo  i valori centrali della giustizia e della carità; la stessa azione umana consta  nella promozione di modelli culturali per le società civili. Tempestiva da sempre la Chiesa     nelle analisi critiche della storia e delle società nel tempo: a titolo di esemplificazione diremo, senza spirito polemico, che non occorre scomodare Marx per dichiarare la proprietà un furto, infatti lo aveva già denunciato San Giovanni Crisostomo, un padre della Chiesa in epoca molto più remota: la dottrina sociale pone tra   i suoi valori prìncipi proprio il diritto alla proprietà privata da conciliare con la destinazione dei beni materiali di cui potenzialmente ciascuna creatura può disporre, assicurate le debite e pari opportunità (in ciò pure le differenze sostanziali in tema con certi estremismi ideologici). Non vi è poi fraternità universale senza un ordine internazionale di giustizia. E se un tempo ci si riduceva alla semplice quanto pungente denuncia, oggi la dottrina sociale affianca  alla denuncia contenuti propositivi, specialmente attraverso le encicliche. La sovranità e l’“identità” culturale di ciascun popolo rappresentano un obiettivo fondamentale della promozione umana: la pace passa per lo sviluppo, e lo sviluppo riguarda tutti i poveri della terra. E non c’è sviluppo senza la solidarietà universale: siamo chiamati a edificare una cultura della solidarietà e dell’impegno effettivo al servizio e per il bene dell’intera famiglia umana, superando ideali nazionalistici. Come già Sant’Agostino, Pio XI ricordava che “obiettivo della Chiesa è evangelizzare e non civilizzare” e che “se  concorre all’opera civilizzatrice è attraverso l’evangelizzazione”. I cattolici, agendo individualmente o in gruppi particolari, dovranno operare scelte politiche contingenti e spesso ricorrere ad altre alternative legittime. Le loro scelte e i loro progetti potranno divergere e nelle politiche temporali agiranno da cristiani, ma eviteranno di dire che essi agiscono in nome  della Chiesa   di fronte a politiche alternative altrettanto accettabili dal punto di vista morale. Ma è indubbio il fatto che sia indispensabile per le conquiste civili l’unità politica dei cattolici non necessariamente sotto le ali di un unico partito. Succede però che non vi sono partiti dei vescovi che tengano nelle diverse occasioni in cui più incisiva dovrebbe essere l’azione dei cattolici in forza della dottrina sociale. La facoltà di libera scelta concessa dalla dottrina sociale si traduce di fatto in un relativismo etico che rappresenta solo il primo passo per la degenerazione della democrazia. Alla coerenza le sorti             del nostro destino. Con straordinario coraggio la Chiesa avveduta è passata dalla teologia della salus animarum a quella del dialogo interreligioso’ nell’ambito di una   nuova   evangelizzazione di fatto civilizzatrice, a partire dai fatti di Assise  in  specie. Alla  luce  degli  eventi  sociali recenti   e   presenti   staremmo   quasi   per   indicare   di   preferire   alla   dottrina  sociale la riscoperta di un’antropologia teologica. L’uomo, anzi la sua humanitas  prima di tutto. L’antropologia teologica si appella, non a caso,  al primato dell’assiologia rispetto alla stessa ontologia da cui, comunque, non può prescindere proprio perché i valori rimandano, in ultima analisi, all’essere. E l’uomo è fondamentalmente un valore, non un valore tra            i  valori  ma  il  valore  dei  valori. In quanto  tale l’uomo non può essere oggetto di  compromessi   di   sorta     soggetto, artefice, sconsiderato  di  compromessi  ai  danni dei suoi simili controvertendo la sua nobile natura. La crisi dei valori che si avverte denuncia un ingiustificato assopimento dell’umanità, negazione della continua tensione che, invece, dovrebbe contraddistinguere la vita dell’uomo. “Il futuro degli animali è  il presente mentre il presente dell’uomo è il suo futuro”, come egregiamente qualcuno ha detto per sottolineare il fatto che l’uomo a differenza dell’animale, quasi paradossalmente ma solo apparentemente, non vive ma ricerca; la sua vita è continua tensione verso nuove mete, un’“inquietudine creatrice”, così come più compiutamente per un credente la vita è continua tensione escatologica che esclude staticità di comportamento. Si può essere se stessi ma mai identici a se stessi: è la natura diveniente dell’uomo. L’uomo, si è detto, non è oggetto ma, aggiungiamo meglio, è soggetto delle proprie azioni, ed in qualità  di soggetto è delle azioni medesime responsabile. Da qui i contorni delineati della sua libertà garantita ma non assoluta né  egocentristica e/o egotistica. Promuovere la ricerca e, se è il caso, la riscoperta dei valori umani è il nuovo imperativo categorico per l’umanità, protesa verso una civiltà dinamica e sempre aperta a diversi modelli culturali purchè a misura d’uomo. Potranno esservi più modelli culturali ma nella sua molteplicità e varietà la cultura dell’uomo è unica. Ammalianti sirene di diversa estrazione propugnano pseudo-valori che si pretendono sostituire, ancor più sciaguratamente,         al concetto di virtù cadute nell’oblìo. Per un credente, infatti, la sola ricerca dei valori che contempla la morale deve essere confortata dalla riscoperta delle virtù che compendiano l’etica, l’etica cristiana; se per virtù intendiamo la capacità-dono stessa di condividere un valore tra simili. In tutto ciò una possibile chiave di svolta sociale e, in fondo, politica per l’umanità.