Giuseppe Dossetti: profeta del nostro tempo.

 

di Salvatore Brillantino

 

La figura di Giuseppe Dossetti, lo spessore del suo pensiero e della sua azione sono emblematici di un modo veramente nuovo e straordinario di essere nella vita e nella storia, poiché racchiudono in sé, ad un tempo, la tensione verso l’ascesi, la contemplazione e la proiezione verso la dimensione empirica, concreta della politica. La parabola terrena di fra Giuseppe è così testimonianza vibrante di come le due sfere, quella dello spirito e quella della proiezione politica, possono coniugarsi e fondere in un messaggio, in una lezione di vita, poggianti mirabilmente sulla fede dell’uomo e nella storia, senza la quale non è possibile alcuna conquista nel segno del progresso dell’umanità. L’insegnamento che ne deriva acquista un carattere eccezionale e difficile, specie nel nostro tempo, in cui sempre più frequentemente prevalgono le avventure, le improvvisazioni sulle scelte consapevoli e ideali: irrinunciabile e fondamentale per tutti gli uomini, al di là del loro credo e delle loro opzioni politiche, e in particolare di quelli impegnati sul versante sociale e politico, è prima contemplare e poi agire, se è vero che solo nella contemplazione si possono ritrovare le motivazioni e le ragioni del nostro agire. Comprendere per agire, dunque; ritrovare le pulsioni e le tensioni del nostro spirito per poterlo immettere nella dinamica della storia. Sono queste le prerogative che qualificano il nostro gesto, liberandolo dalla comune e banale “neutralità”. Insomma, dietro le nostre azioni e il nostro impegno, deve esserci un retroterra culturale, un’oasi di ricerca spirituale, che valgano a segnare, in maniera forte, la differenza tra il “tecnico” e il “politico”. Quest’ultimo, infatti, si chiede non solo di “cosa” ha bisogno la comunità, ma come vive la sua comunità; non solo guarda al benessere della società ma soprattutto all’essere bene. In questo stile di vita si può sintetizzare il pensiero di Dossetti. L’ultimo suo atto politico fu la lettera di dimissioni inviata a De Gasperi l’8 ottobre del 1951. In quella famosa lettera molti hanno visto l’inconciliabilità delle tesi dossettiane con quelle degasperiane. Dossetti, in altri termini, sosteneva la necessità di una collaborazione con i comunisti contro la volontà centrista di De Gasperi e della maggioranza della DC, culminata con l’allontanamento dei comunisti e dei socialisti nel 1947. In verità Dossetti era vivamente preoccupato che i democristiani lasciati a se stessi, come ha chiarito in un’intervista,, con i liberali e i socialdemocratici, sarebbero stati impossibilitati a cambiare qualcosa, a dare al Paese un assetto veramente moderno attraverso una forte azione riformatrice, che andasse soprattutto verso gli strati sociali più deboli. Sul piano umano e politico, poi, il distacco di Fanfani dalla sua linea politica, volta a realizzare una piena collaborazione con la sinistra e la stessa incomprensione per il discorso che portava tenacemente avanti all’interno del suo gruppo e all’interno del mondo cattolico, gli fanno prendere sensibile coscienza dell’impossibilità concreta a che l’idea di un cattolicesimo democratico, orientato verso l’incontro a sinistra, potesse realizzarsi. Tuttavia, il dato di fondo è che Dossetti, in siffatto nevralgico e difficile tempo della storia del nostro Paese, pone in discussione se stesso, investendo di forti dubbi la sua stessa vita e le sue opzioni politiche, anche per motivazioni legate al clima della Guerra Fredda, che in quegli anni fortemente condizionavano la situazione politica. Matura così, non senza conflitto interiore, la scelta della vita monastica nella “Piccola Famiglia dell’Annunziata” e lo fa, come ha spiegato in più occasioni, per entrare non solo in comunione con l’Eterno, ma con tutta la storia più vera: degli umili, dei poveri, dei piccoli, degli stranieri,, dei senza storia, degli ignoti, dei morenti, dei morti. Certamente ha guardato con occhio profetico il suo tempo, se è vero che la sua altissima vocazione, fondamentalmente incline a dare dignità agli umili, si è spiegata in duplice direzione: sotto il profilo dell’elaborazione della Costituzione, della quale è rimasto fino alla morte geloso e fedele custode, e sotto quello religioso preparando e in un certo senso anticipando il Concilio Vaticano II. Sia la Costituzione che il Concilio sembrano in certe loro espressioni, rispetto soprattutto ad un Paese come il nostro profondamente trasformato, sorpassati, ma le idee di fondo poggianti essenzialmente sulla solidarietà, sulla partecipazione, sulla libertà, sulla giustizia, sulla democrazia, sull’unità del Paese, sull’autentico Evangelo, amava ripetere che i credenti lo devono vivere con fede nuda e pura, rimangono un potente insegnamento per i credenti e non. In questo, dunque, risiede e si dispiega il grande ruolo storico-religioso di Dossetti, unitamente a quello di Lazzati e di La Pira: per un verso ha contribuito alla progettazione del nuovo stato democratico, che passa attraverso la partecipazione personale alla Resistenza, per un altro ha inciso validamente per aprire la Chiesa al mondo e ai suoi complessi problemi.

 

(da “il Dossetti” del febbraio 1997)