Il pensiero di Dossetti è ancora attuale.

di Nicola Elia

 

L’universalità dei suoi princìpi, patrimonio culturale da non dimenticare.

 

di Nicola Elia

 

Perché non dedicargli una strada? Ad un anno dalla morte di don Giuseppe Dossetti ricordiamo l’uomo, il religioso, il politico, il giurista: più identità racchiuse in un unico spirito dall’intera esistenza spesa al servizio degli altri. Alla sua memoria quale tributo migliore di un accenno al suo pensiero ed a qualche evento significativo della sua vita? Per Dossetti la caducità del vivere umano, accompagnata alla mutevolezza della quotidianità, cela un quid non cangiante che permea ogni cosa, quella identità, appunto, che don Giuseppe, ispiratore principe del Concilio Vaticano II, riconosce essere Dio; e l’uomo, alla ricerca perenne della propria identità, finisce per scoprire o, meglio, riscoprire la divinità di cui diviene libero strumento. Ogni azione umana deve rispondere, pertanto, ad un piano divino che esige giustizia, e la giustizia trova sede naturale nella norma equa: le vesti di giurista e di legislatore completano, non a caso, la figura del nostro, convinto assertore di un diritto in fieri a garanzia di pace e di giustizia nel mondo. Infatti, a nulla servirebbe un diritto statico che non si faccia interprete delle reali condizioni umane, così come i contenuti biblici suggeriscono di un Dio che “vede” e che “provvede”, e che legifera ed, anzi, induce a legiferare per riscattare l’umanità dalla servitù e dall’oppressione. Questo il messaggio fondamentale del gesuita, il quale coglie per altro i limiti di una antropologia giuridica e di una antropologia etica proponendo, invece, una antropologia critica: non si esaurisce tutto nella norma giuridica o etica, attraverso la norma cioè fine a se stessa; la vita dell’uomo deve essere continua tensione verso l’assoluto. La chiave di lettura, allora, del mistero del vivere umano appare proprio in una antropologia escatologica. Norma religiosa e norma giuridica non sono in conflitto fra loro: i vuoti lasciati dalla prima vengono colmati dalla seconda; Comandamenti e Carta Costituzionale si pongono a fondamento dell’etica civile. Si capisce per ciò e si giustifica l’ulteriore veste di Dossetti costituzionalista, perseverante sostenitore della Costituzione che restituisce dignità alla persona umana nel contesto sociale. Per Dossetti la realizzazione di un programma sociale, poi, non può prescindere dai contenuti del cattolicesimo; è mera presunzione delle sinistre storiche rivendicarne l’esclusiva. Il bene dell’umanità va anteposto ad ogni altra falsa priorità. Nel disegno Atlantico post bellico egli intravede mire tutt’altro che pacifiche prediligendo ed indicando, in verità, un anacronistico modello difensivo europeo improponibile agli occhi di De Gasperi ma, forse, agli occhi della stessa storia a lui coeva. Evidentemente la lungimiranza del giurista e del politico non si ritrova di eguale misura nello statista, date le circostanze. Ma anche in questa delicata fase della sua vita, in cui getta il seme di un’Europa unita, Dossetti sa distinguersi per intelligenza e diplomazia. In forza di sopraggiunte ragioni storiche riconosce, in materia politica estera, la validità delle proposte obbligate di De Gasperi, il quale recepisce più tardi la sua visione europeistica, e lascia ufficialmente la vita politica per quella monastica. Negli ultimi anni della sua vita lo si ritrova lì, fra la povera gente in Medio Oriente intento a divulgare la cultura della tolleranza e della pace, dell’unità tra i popoli. Intitolare una strada a suo nome sarebbe un atto dovuto, a futura memoria per le nuove generazioni più che dell’uomo del suo pensiero.

 

(da “il Dossetti” del febbraio 1998)