(dal “Corriere della Sera” del 22 aprile 2001)

 

Gli Stati Uniti si ritirano dall’accordo sulla riduzione dei gas serra. Bruxelles: andremo avanti da soli.

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Ambiente, schiaffo di Bush all’Europa: il trattato di Kyoto è morto

di Franco Foresta Martin

  NEW YORK . Nessun accordo sui gas serra. Gli Stati Uniti hanno detto no ai tentativi   degli europei di salvare       il Protocollo di Kyoto per la riduzione programmata delle emissioni di gas nell'atmosfera. Kenneth Brill, il plenipotenziario americano, ha confermato che gli Usa si ritirano dall'accordo, ma che ciò non comporta l'abbandono della politica di interventi per i cambiamenti climatici: «Continueremo, ma con meccanismi e modalità diversi». Il ritiro de- gli Stati Uniti preoccupa soprattutto i Paesi in via di sviluppo che sono   i più esposti ai disastri climatici. Il ministro olandese Jan Pronk, presidente di turno della trattativa climatica, aveva preparato una proposta di compromesso che avrebbe reso più flessibili i meccanismi di riduzione dei gas.

"Kyoto is dead", il Protocollo di Kyoto è morto Così Kenneth Brill, il plenipotenziario americano per le trattative sul clima in corso,a New York, ha chiuso la porta in faccia all'Unione Europea, confermando che gli Usa si ritirano dall'accordo per la riduzione programmata dei gas serra. Le speranze dell'Unione Europea, che nelle ultime settimane aveva scatenato un'offensiva diplomatica a tutto campo per indurre il presidente americano Bush a desistere dalla sua posizione, sono tramontate ieri, a conclusione       di una riunione a porte chiuse al Waldorf Astoria a cui hanno partecipato una quarantina di Paesi. Il clima era teso e grave, hanno detto alcuni delegati. La reazione di molti partecipanti è stata di forte disappunto e dura critica agli Stati Uniti. Il rappresentante giapponese ha scosso la testa impallidendo; quello dei Paesi in via di sviluppo ha dichiarato che la decisione americana potrà avere ripercussioni negative anche su altre trattative internazionali. I Paesi in via di sviluppo costituiscono la parte del pianeta più esposta ai disastri provocati dagli estremi climatici e vivono con ansia la lentezza con cui i Paesi industrializzati portano avanti i negoziati per la riduzione dei gas serra. Il rappresentante di Bush ha spiegato che l'uscita degli Usa dal Protocollo di Kyoto non comporta l'abbandono della politica di interventi per i cambiamenti climatici: «Continueremo, ma con meccanismi e modalità diverse». Il ministro olandese Jan Pronk, presidente di turno della trattativa climatica, era arrivato a New York ostentando ottimismo.  Aveva preparato una proposta di modifica del Protocollo di Kyoto che teneva conto delle critiche americane e che, se accolta, avrebbe reso  più flessibili i meccanismi di riduzione dei gas. Ma l'inviato di Bush l'ha liquidata gelido: «Il documento Pronk? Un interessante esercizio intellettuale. Ma ormai non.ci riguarda più». «Kyoto is well alive», il Protocollo di Kyoto è ben vivo, ha replicato, a nome dei Quindici, il ministro dell'Ambiente svedese Kjell Lársson, presidente di turno del consiglio europeo, delineando la strategia dell'Ue nel giorno della disfatta climatica. L'Europa ha voluto ribadire che le preoccupazioni legate ai cambia- menti climatici devono occupare un posto centrale nelle politiche nazionali e internazionali. «Il Protocollo di Kyoto resta uno strumento essenziale per affrontare _questi problemi - ha detto Larsson - e pur con la disponibilità a modificarlo per renderlo più facilmente ápplicabile dai vari Paesi, è ferma la convinzione europea che una quota consistente delle riduzioni dei gas debba essere conseguita con interventi strutturali in campo nazionale». I tempi d'azione sono stretti, tanto più che i Paesi dell'Ue hanno molta strada da fare per raggiungere gli obiettivi fissati a Kyoto (riduzione dell'8% in media entro il 2012, rispetto ai livelli del '90). Secondo una valutazione dell'Agenzia europea del- l'ambiente tra il'90 e il'98 le emissioni dei gas serra dei Quindici si sono ridotte, in media, del 4%, la metà del necessario. Le maggiori riduzioni, in Germania e in Inghilterra. Altrove, come in Italia, le emissioni sono aumentate di oltre il 4%. Come proseguiranno ora i negoziati climatici internazionali? E’ probabile che l'Ue diventi il capofila del Protocollo di Kyoto, procedendo a una ratifica unilaterale del trattato entro   il 2002 e tentando di costituire una cordata di Paesi disposti ad andare avanti anche senza gli Usa, come Giappone e Russia. Il banco di prova di questa coalizione sarà  la prossima conferenza sul clima già convocata a Bonn il 16 luglio prossimo. Quanto agli Stati Uniti, pare improbabile che rimangano in una condizione di isolamento internazionale. Il vicepresidente Dick Cheney ha già costituito una task force di esperti che sta elaborando, oltre a misure di riduzione nazionale dei gas serra, anche un'ipotesi di trattato climatico anti-Kyoto che sarà aperta, probabilmente, a uno schieramento panamericano, ad Australia e Nuova Zelanda.