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"Kyoto is dead",
il Protocollo di Kyoto è morto Così Kenneth Brill, il
plenipotenziario americano per le trattative sul clima in corso,a
New York, ha chiuso la porta in faccia all'Unione Europea,
confermando che gli Usa si ritirano dall'accordo per la riduzione
programmata dei gas serra. Le speranze dell'Unione Europea, che
nelle ultime settimane aveva scatenato un'offensiva diplomatica a
tutto campo per indurre il presidente americano Bush a desistere
dalla sua posizione, sono tramontate ieri, a conclusione
di una riunione a porte chiuse al Waldorf Astoria a cui
hanno partecipato una quarantina di Paesi. Il clima era teso e
grave, hanno detto alcuni delegati. La reazione di molti
partecipanti è stata di forte disappunto e dura critica agli
Stati Uniti. Il rappresentante giapponese ha scosso la testa
impallidendo; quello dei Paesi in via di sviluppo ha dichiarato
che la decisione americana potrà avere ripercussioni negative
anche su altre trattative internazionali. I Paesi in via di
sviluppo costituiscono la parte del pianeta più esposta ai
disastri provocati dagli estremi climatici e vivono con ansia la
lentezza con cui i Paesi industrializzati portano avanti i
negoziati per la riduzione dei gas serra.
Il rappresentante di Bush ha spiegato che l'uscita degli
Usa dal Protocollo di Kyoto non comporta
l'abbandono della politica di interventi per i cambiamenti
climatici: «Continueremo, ma con meccanismi e modalità diverse».
Il ministro olandese Jan Pronk, presidente di turno della trattativa climatica, era
arrivato a New York ostentando ottimismo.
Aveva preparato una proposta di modifica del Protocollo di
Kyoto che teneva conto delle critiche americane e che, se accolta,
avrebbe reso più
flessibili i meccanismi di riduzione dei gas. Ma l'inviato di Bush
l'ha liquidata gelido: «Il documento Pronk?
Un interessante esercizio intellettuale. Ma ormai non.ci
riguarda più». «Kyoto is well alive», il Protocollo di Kyoto
è ben vivo, ha replicato, a nome dei Quindici, il ministro
dell'Ambiente svedese Kjell Lársson, presidente di turno del
consiglio europeo, delineando la strategia dell'Ue nel giorno
della disfatta climatica. L'Europa ha voluto ribadire che le
preoccupazioni legate ai cambia- menti climatici devono occupare
un posto centrale nelle politiche nazionali e
internazionali. «Il Protocollo di Kyoto resta uno strumento
essenziale per affrontare _questi problemi - ha detto Larsson - e
pur con la disponibilità a
modificarlo per renderlo più facilmente ápplicabile dai vari
Paesi, è ferma la convinzione europea che una quota consistente
delle riduzioni dei gas debba essere conseguita con interventi
strutturali in campo nazionale». I tempi d'azione sono stretti,
tanto più che i Paesi dell'Ue hanno molta strada da fare per
raggiungere gli obiettivi
fissati a Kyoto (riduzione dell'8% in media entro il 2012,
rispetto ai livelli del
'90). Secondo una valutazione dell'Agenzia europea del- l'ambiente
tra il'90 e il'98 le
emissioni dei gas serra dei Quindici si sono ridotte, in media,
del 4%, la metà del necessario. Le maggiori riduzioni, in Germania e in
Inghilterra. Altrove, come in Italia, le emissioni sono aumentate
di oltre il 4%.
Come proseguiranno ora i negoziati climatici internazionali? E’
probabile che l'Ue diventi il capofila del Protocollo di Kyoto,
procedendo a una ratifica unilaterale del trattato entro
il 2002 e tentando di costituire una cordata di Paesi
disposti ad andare avanti anche senza gli Usa, come Giappone e
Russia. Il banco di prova di questa coalizione sarà
la prossima conferenza sul clima già convocata a Bonn il
16 luglio prossimo. Quanto agli Stati Uniti, pare improbabile che
rimangano in una condizione di isolamento internazionale. Il
vicepresidente Dick Cheney ha già costituito una task force di
esperti che sta elaborando, oltre a misure di riduzione nazionale
dei gas serra, anche un'ipotesi di trattato climatico anti-Kyoto
che sarà aperta, probabilmente, a uno schieramento panamericano,
ad Australia e Nuova Zelanda.
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