Il Kuwait (ancora) in cerca di libertà.

di Lilli Gruber

Il nuovo segretario di Stato americano, Colin Powell, ha fatto sosta a fine febbraio in Kuwait, dove ha partecipato all'anniversario dei 40 anni di indipendenza del piccolo emirato e dei 10 anni dalla liberazione dall'Irak invasore.   In quell'occasione il responsabile della diplomazia Usa ha pronunciato un discorso molto breve, quasi non volesse rubare la scena a due primedonne, due eroi del periodo già passato alla storia come la Guerra del Golfo: Bush padre e lady Thatcher. “il Kuwait è libero e prospero- ha detto Powell, ex bambino povero di Harlem  diventato soldato e poi capo della coalizione che nel '91 andò in soccorso di quel lembo di terra imbevuto di petrolio e abbandonato in fretta e furia dai suoi regnanti, la ricchissima famiglia dei principi al-Sabah. Prospero, certo. L’oro nero continua a scorrere abbondante, nonostante le allarmistiche previsioni, secondo cui i danni provocati dalle truppe di Saddam in ritirata avrebbero inferto un colpo letale all'unica risorsa dell'emirato. E se il petrolio si vende bene, le armi si comprano meglio: il 30 per cento del budget dello Stato è destinato all'acquisto di armi: 12 miliardi di dollari in otto anni. Il Kuwait spende pro capite più soldi per gli armamenti di qualsiasi altro Paese al mondo. Prospero sì, ma anche libero? Un'inchiesta autorevole fa il punto della situazione: in Kuwait ci sono libere elezioni, ma le donne non hanno diritto di voto e solo il 15 per cento degli abitanti ha le carte in regola per andare alle urne. La giustizia è libera, ma i giudici vengono nominati dall'emiro al-Sabah. L'istruzione è gratuita, ma solo per i kuwaitiani doc: un terzo della popolazione. Gli stranieri sono tagliati fuori. E la libertà, Mr. Powell? Non esiste per la stampa né per i partiti politici, nemmeno per una semplice riunione. Questo e molto altro è contenuto in un documento che Colin Powell avrà letto, visto che si tratta del rapporto sui Diritti umani nel mondo, redatto dai suoi diplomatici al Dipartimento di Stato. Dieci anni dopo la vittoria su Saddam, c'è allora poco da festeggiare, Mr. Powell; la Guerra del Golfo non è ancora stata vinta da coloro che - sotto il giogo dei vostri amici o nemici, in Irak o Kuwait - si vedono   ancora rifiutare i diritti più elementari. E’ a loro che dovete rendere conto.

  (dal settimanale del Corriere della Sera del 24 marzo ‘01: IO Donna.)