L’Europa, gli Stati Uniti e il trattato di Kyoto

“AMBIENTE, PERCHE’ L’AMERICA SBAGLIA”

di Romano Prodi*

Questa settimana, a Washington, l'amministrazione statunitense ha confermato a una delegazione dell'Unione europea guidata dal Commissario. per l'ambiente Margot Wallstrom la mutata posizione della Casa Bianca a proposito dell'accordo di Kyoto sul riscaldamento globale, precedentemente accettato. I nostri rappresentanti hanno ribadito che l'Unione europea resta decisa a far entrare in. vigore il Protocollo e - che gli sforzi, proseguiranno, se necessario senza gli Stati Uniti. Lasciarsi costringere allo stallo dalla nuova posizione americana, infatti, è un lusso che non pos- siamo permetterei, perché nei negoziati sul cambiamento climatico c'è già un partecipante col quale non si tratta, il clima stesso. La stragrande maggioranza del mondo scientifico concorda che, il riscaldamento globale costituisce un grave, problema. Il Gruppo di studio intergovernativo sui cambiamenti climatici è recentemente giunto alla conclusione che l'impatto sarà probabilmente superiore alle già fosche previsioni. Sebbene questo fenomeno non sia ancora del tutto chiaro, gli elementi di cui disponiamo sono più che sufficienti per convincerci della necessità di intervenire tempestivamente. La responsabilità di dare l'esempio e di agire senza perde- re tempo, riducendo   le emissioni di gas responsabili dell'effetto serra, spetta indubbiamente ai Paesi industrializzati.   Un quinto della popolazione mondiale - il più ricco - produce infatti quasi il 60 per cento delle emissioni di anidride carbonica. La popolazione degli Stati Uniti, vale a dire il cinque   per cento dell'umanità, genera da sola un quarto di tutte le emissioni di anidride carbonica.

I Paesi più poveri sono già i più colpiti dagli effetti del cambiamento climatico e i più vulnerabili  a ulteriori cambiamenti. Aumenterà la pioggia nelle zone già soggette a inondazioni, mentre pioverà ancor meno nelle regioni vittime della siccità. Le riserve idriche e alimentari rischiano di essere compromesse. Un innalzamento di mezzo metro del livello del mare colpirebbe centinaia di milioni di persone delle pianure costiere, soprattutto nel Terzo Mondo. Il clima sta già  cambiando, e occorre intervenire per ridurre le emissioni dei gas responsabili dell'effetto serra.  Più aspettiamo,  più sarà difficile e costoso. I discorsi sullo sviluppo sostenibile sono privi di significato se non siamo disposti ad assumerci in pieno le nostre responsabilità.

Questa settimana l'amministrazione Bush ha assicurato alla delegazione dell'Unione europea di essere consapevole del problema e della necessità di trovare una soluzione. Questo è incoraggiante, ma temono, sia negli Stati Uni- ti che in Europa, che il nuovo governo faccia marcia indietro rispetto all'adozione delle uniche misure concrete a nostra disposizione per affrontare il cambia- mento climatico, iscritte nel Protocollo di Kyoto, abdicando così al suo dovere internazionale. Senza responsabilità, non può esserci vera leadership.

Si dice che il Protocollo di Kyoto è troppo costoso, e che l'industria statunitense non può permettersi di applicarlo. Ma Kyoto prevede forme di flessibilità che gli Stati Uniti possono utilizzare per ridurre i costi. Se l'amministrazione Bush giudica troppo ambiziosi i limiti fissati per gli Stati Uniti, questa non è una buona ragione per respingere in blocco l'accordo.

Si dice che Kyoto “non è equo” perché esclude i Paesi in via di sviluppo. Ma indubbiamente   noi che viviamo nel mondo industrializzato, e che abbiamo contribuito più di chiunque altro a creare questo problema, dovremmo esse- re i primi a contribuire alla sua soluzione. C'è forse qualcosa di “equo” nel fatto che le emissioni pro capite degli Stati Uniti sono dieci volte superiori a quelle del mondo emergente? Sentirsi rispondere, che gli Stati Uniti non faranno uno sforzo a meno che altri - molto meno in grado di farlo - non facciano altrettanto, risulta sconcertante per noi Europei. Certo, la lotta all'effetto serra richiede il coinvolgimento li tutti. Nessuno nega che occorre analizzare gli impegni dei Paesi in via di sviluppo. Ma è questione di tempo. Il Protocollo di Kyoto costituisce un primo passo verso la soluzione del problema. Ben difficilmente potremo fare progressi ritirandocene adesso. Il Protocollo di Kyoto è la migliore opzione che abbiamo, e siamo decisi a vederlo entrare in vigore entro il 2002. Kyoto è stato il frutto di anni di intensi negoziati internazionali ed è punto di equilibrio tra le diverse esigenze e i diversi gradi di preoccupazione delle varie regioni del mondo. E una conquista che non si può abbandonare   alla leggera. Giunti a questo punto, stracciare l'accordo e ricominciare daccapo sarebbe un drammatico errore. Se Kyoto contiene elementi che impediscono agli Stati Uniti di firmarlo, se ne parli piuttosto che rinunciare ad un accordo storico e gettare nel cestino in blocco un protocollo che raccoglie il sostegno dalla maggior parte degli altri Paesi. Dopo aver visitato Washington, nelle prossime settimane la delegazione dell'Unione europea si recherà in Russia, in Giappone e in Cina - altri grandi produttori di gas serra - e in Iran, che presiede la nutrita delegazione dei Paesi in via di sviluppo ai negoziati sul clima. Il messaggio che porterà è questo: noi dell'Unione europea non vediamo credibili soluzioni al problema del clima al di fuori del Protocollo di Kyoto, e l'Unione europea rimane quindi impegnata a rispettarlo, con o senza gli Stati uniti.

*presidente della Commissione europea

 (dal Corriere della Sera del 6 aprile ’01)

TERRA SEMPRE PIU’ CALDA PER I GAS SERRA

ROMA – “Siamo ormai avviati verso il cambiamento climatico più drastico e repentino che il pianeta abbia conosciuto negli ultimi millenni. Se i gas che provocano il surriscaldamento globale non saranno ridotti, nel giro    di un secolo gli aumenti delle temperature e del livello dei mari, l'intensificarsi di alluvioni, siccità e uragani, saranno cosi rapidi che la maggior parte degli ecosistemi naturali e delle società organizzate non avrà tempo di adattarsi e rischierà  di soccombere”. L'allarme degli oltre 100 scienziati dell'Ipcc (il gruppo intergovernativo sui cambiamenti climatici delle Nazioni Unite), riuniti da ieri a Nairobi per un aggiornamento dei loro studi, risuona ancora più drammatico, mentre gli Stati Uniti confermano all'Unione europea che abbandoneranno gli impegni assunti nel 1997 a Kyoto. E mentre l'Ue, attraverso le parole del presidente Prodi, conferma che andrà avanti da sola: “Abbandonare l'accordo sarebbe un tragico errore. L'Unione europea resta decisa a far entrare in vigore il Protocollo, se necessario senza gli Stati Uniti”.

RESPONSABILITA' UMANA - L'ennesimo rapporto approvato dall'Ipcc, viene riassunto dal fisico Vincenzo Ferrara, dirigente dell'Enea e referente scientifico italiano alla riunione di Nairobi. “Già quel che si osserva oggi dà una misura della gravità della situazione. La concentrazione in atmosfera di anidride carbonica, il principale gas serra, è la più alta degli ultimi 20 milioni di anni. Le temperature, le più elevate degli ultimi mille anni. Il livello dei mari, dieci volte maggiore del livello medio degli ultimi tremila anni. Tutto questo, come confermano i diversi modelli matematici, è attribuibile alla prevalente responsabilità dell'uomo che con le sue molteplici attività nei settori dell'industria, dei trasporti e dell'agricoltura, sta incrementando il naturale effetto serra”.

CENT’ANNI DI CALORE - Stando ai grandi cicli astronomici che da sempre governano i cambiamenti            del clima, spiega Ferrara, noi oggi dovremmo essere all'inizio di un nuovo periodo glaciale: le temperature dovrebbero lentamente scendere. Invece si osserva proprio il contrario. Quel che più preoccupa gli scienziati dell'Ipcc sono i prossimi cento anni. Nell'ipotesi che non ci sia nessun accordo sulle riduzioni, la concentrazione di anidride carbonica arriverebbe al 250% rispetto al 1750 (cioè all'epoca preindustriale), le temperature potrebbero balzare a +8 gradi rispetto a oggi e I mari salire di quasi un metro. Gli esperti dell'Ipcc hanno già illustrato i possibili scenari del pianeta arroventato, con la macchina atmosferica satura di energia che si scarica sotto forma di eventi meteorologici più intensi: uragani, alluvioni nelle medie latitudini e siccità in quelle più basse; con I ghiacci che si sciolgono e gli arcipelaghi destinati a rivivere la sorte di Atlantide. Ora l'accento viene posto sulla rapidità delle trasformazioni. “I cambiamenti nature sono avvenuti in migliaia di anni, ,dando tempo ai viventi di ambientarsi e adattarsi. Le trasformazioni da noi temute, invece, si manifesteranno nel giro di pochi decenni: un impatto troppo violento anche per le economie più solide”.

L'AZIONE I)ELL'EUROPA - Mentre gli scienziati rinnovano a Nairobi la loro preoccupazione e, come riferisce il capo della delegazione italiana Corrado Clini, “si impegnano a ridurre i margini di incertezza contenuti nelle loro previsioni”, la troika dell'Unione europea, dopo aver incassato l'ulteriore no dell'amministrazione Bush, partirà domani per la sua crociata climatica attraverso Russia, Iran, Cina e Giappone. Obiettivo: mettere insieme il minimo di 55 Paesi necessari per rendere attuabjle il Protocollo di Kyoto e avviare la riduzione mondiale dei gas serra, senza gli Usa, almeno per ora.

                                                                      

  (dal Corriere della Sera del 6 aprile ’01)

                                                                                    Franco Foresta Martin