di Romano Prodi*
I
Paesi più poveri sono già i più colpiti dagli effetti del cambiamento
climatico e i più vulnerabili a
ulteriori cambiamenti. Aumenterà la pioggia nelle zone già soggette a
inondazioni, mentre pioverà ancor meno nelle regioni vittime della siccità. Le
riserve idriche e alimentari rischiano di essere compromesse. Un innalzamento di
mezzo metro del livello del mare colpirebbe centinaia di milioni di persone delle
pianure costiere, soprattutto nel Terzo Mondo. Il clima sta già cambiando,
e occorre intervenire per ridurre le emissioni dei gas responsabili dell'effetto
serra. Più aspettiamo, più sarà difficile e costoso. I discorsi sullo sviluppo
sostenibile sono privi di significato se non siamo disposti ad assumerci in
pieno le nostre responsabilità.
Questa settimana l'amministrazione Bush ha assicurato alla delegazione
dell'Unione europea di essere consapevole del problema e della necessità di
trovare una soluzione. Questo è incoraggiante, ma temono, sia negli Stati Uni-
ti che in Europa, che il nuovo governo faccia marcia indietro rispetto
all'adozione delle uniche misure concrete a nostra disposizione per affrontare
il cambia- mento climatico, iscritte nel Protocollo di Kyoto, abdicando così al
suo dovere internazionale. Senza responsabilità, non può esserci vera
leadership.
Si dice che il Protocollo di Kyoto è troppo costoso, e che l'industria
statunitense non può permettersi di applicarlo. Ma Kyoto prevede forme di
flessibilità che gli Stati Uniti possono utilizzare per ridurre i costi. Se
l'amministrazione Bush giudica troppo ambiziosi i limiti fissati per gli Stati
Uniti, questa non è una buona ragione per respingere in blocco l'accordo.
Si dice che Kyoto “non è equo” perché esclude i Paesi in via di sviluppo. Ma indubbiamente noi che viviamo nel mondo industrializzato, e che abbiamo contribuito più di chiunque altro a creare questo problema, dovremmo esse- re i primi a contribuire alla sua soluzione. C'è forse qualcosa di “equo” nel fatto che le emissioni pro capite degli Stati Uniti sono dieci volte superiori a quelle del mondo emergente? Sentirsi rispondere, che gli Stati Uniti non faranno uno sforzo a meno che altri - molto meno in grado di farlo - non facciano altrettanto, risulta sconcertante per noi Europei. Certo, la lotta all'effetto serra richiede il coinvolgimento li tutti. Nessuno nega che occorre analizzare gli impegni dei Paesi in via di sviluppo. Ma è questione di tempo. Il Protocollo di Kyoto costituisce un primo passo verso la soluzione del problema. Ben difficilmente potremo fare progressi ritirandocene adesso. Il Protocollo di Kyoto è la migliore opzione che abbiamo, e siamo decisi a vederlo entrare in vigore entro il 2002. Kyoto è stato il frutto di anni di intensi negoziati internazionali ed è punto di equilibrio tra le diverse esigenze e i diversi gradi di preoccupazione delle varie regioni del mondo. E una conquista che non si può abbandonare alla leggera. Giunti a questo punto, stracciare l'accordo e ricominciare daccapo sarebbe un drammatico errore. Se Kyoto contiene elementi che impediscono agli Stati Uniti di firmarlo, se ne parli piuttosto che rinunciare ad un accordo storico e gettare nel cestino in blocco un protocollo che raccoglie il sostegno dalla maggior parte degli altri Paesi. Dopo aver visitato Washington, nelle prossime settimane la delegazione dell'Unione europea si recherà in Russia, in Giappone e in Cina - altri grandi produttori di gas serra - e in Iran, che presiede la nutrita delegazione dei Paesi in via di sviluppo ai negoziati sul clima. Il messaggio che porterà è questo: noi dell'Unione europea non vediamo credibili soluzioni al problema del clima al di fuori del Protocollo di Kyoto, e l'Unione europea rimane quindi impegnata a rispettarlo, con o senza gli Stati uniti.
*presidente della Commissione europea
(dal
Corriere della Sera del 6 aprile ’01)
TERRA SEMPRE PIU’ CALDA PER I GAS SERRA
ROMA – “Siamo ormai avviati verso il cambiamento
climatico più drastico e repentino che il pianeta abbia conosciuto negli ultimi
millenni. Se i gas che provocano il surriscaldamento globale non saranno
ridotti, nel giro di un
secolo gli aumenti delle temperature e del livello dei mari, l'intensificarsi di
alluvioni, siccità e uragani, saranno cosi rapidi che la maggior parte degli
ecosistemi naturali e delle società organizzate non avrà tempo di adattarsi e
rischierà di soccombere”.
L'allarme degli oltre 100 scienziati dell'Ipcc (il gruppo intergovernativo sui
cambiamenti climatici delle Nazioni Unite), riuniti da ieri a Nairobi per un
aggiornamento dei loro studi, risuona ancora più drammatico, mentre gli Stati
Uniti confermano all'Unione europea che abbandoneranno gli impegni
assunti nel 1997 a Kyoto. E mentre l'Ue, attraverso le parole del presidente
Prodi, conferma che andrà avanti da sola: “Abbandonare l'accordo sarebbe un
tragico errore. L'Unione europea resta decisa a far entrare in vigore il
Protocollo, se necessario senza gli Stati Uniti”.
RESPONSABILITA' UMANA - L'ennesimo rapporto approvato
dall'Ipcc, viene riassunto dal fisico Vincenzo Ferrara, dirigente dell'Enea e
referente scientifico italiano alla riunione di Nairobi. “Già quel che si
osserva oggi dà una misura della gravità della situazione. La concentrazione
in atmosfera di anidride carbonica, il principale gas serra, è la più alta
degli ultimi 20 milioni di anni. Le temperature, le più elevate degli ultimi
mille anni. Il livello dei mari, dieci volte maggiore del livello medio degli
ultimi tremila anni. Tutto questo, come confermano i diversi modelli matematici,
è attribuibile alla prevalente responsabilità dell'uomo che con le sue
molteplici attività nei settori dell'industria, dei trasporti e
dell'agricoltura, sta incrementando il naturale effetto serra”.
CENT’ANNI DI CALORE - Stando ai grandi cicli astronomici che da sempre
governano i cambiamenti
del clima, spiega Ferrara, noi oggi dovremmo essere all'inizio di un
nuovo periodo glaciale: le temperature dovrebbero lentamente scendere. Invece si
osserva proprio il contrario. Quel che più preoccupa gli scienziati dell'Ipcc
sono i prossimi cento anni. Nell'ipotesi che non ci sia nessun accordo sulle
riduzioni, la concentrazione di anidride carbonica arriverebbe al 250% rispetto
al 1750 (cioè all'epoca preindustriale), le temperature potrebbero balzare a +8
gradi rispetto a oggi e I mari salire di quasi un metro. Gli esperti dell'Ipcc
hanno già illustrato i possibili scenari del pianeta arroventato, con la
macchina atmosferica satura di energia che si scarica sotto forma di eventi
meteorologici più intensi: uragani, alluvioni nelle medie latitudini e siccità
in quelle più basse; con I ghiacci che si sciolgono e gli arcipelaghi destinati
a rivivere la sorte di Atlantide. Ora l'accento viene posto sulla rapidità
delle trasformazioni. “I cambiamenti nature sono avvenuti in migliaia di anni,
,dando tempo ai viventi di ambientarsi e adattarsi. Le trasformazioni da noi
temute, invece, si manifesteranno nel giro di pochi decenni: un impatto troppo
violento anche per le economie più solide”.
L'AZIONE I)ELL'EUROPA - Mentre gli scienziati rinnovano a Nairobi la loro
preoccupazione e, come riferisce il capo della delegazione italiana Corrado
Clini, “si impegnano a ridurre i margini di incertezza contenuti nelle loro
previsioni”, la troika dell'Unione europea, dopo aver incassato l'ulteriore no
dell'amministrazione Bush, partirà domani per la sua crociata climatica
attraverso Russia, Iran, Cina e Giappone. Obiettivo: mettere insieme il minimo
di 55 Paesi necessari per rendere attuabjle il Protocollo di Kyoto e avviare la
riduzione mondiale dei gas serra, senza gli Usa, almeno per ora.
(dal Corriere della
Sera del 6 aprile ’01)
Franco Foresta Martin