Da una ricerca del Gruppo Abele di don Ciotti

Prostituzione, salute a rischio

Aiutiamo le immigrate a curarsi

L’80% delle prostitute immigrate ignora che possono rivolgersi ai servizi sanitari pubblici senza per questo essere denunciate, se clandestine. Una carenza informativa che coinvolge anche alcuni operatori sanitari e che è la causa dello scarso ricorso di queste donne (15-20 mila in Italia; metà al  Nord,  35% al Centro), la maggior parte clandestine, alle strutture sanitarie con gravi ricadute sulla salute individuale e pubblica. E’ quanto emerge da una ricerca condotta dal Gruppo Abele, su incarico del ministero della Sanità, sui bisogni sanitari delle prostitute immigrate in cui è stato sottolineato, fra l'altro, come “i clienti rappresentino un rischio sanitario sociale, in termini di costi futuri”, tenuto conto che spesso hanno delle compagne che ignorano questi contatti fisici e inoltre chiedono rapporti non protetti con le prostitute. L'indagine, di tipo qualitativo (intervistate 116 donne in tre città, Torino, Roma e Palermo), ha rilevato le gravi sofferenze sanitarie in cui sono costrette a vivere queste donne,  di cui l'86% non ha il permesso di soggiorno: pochi e scarsi i controlli ed i check- up, molti dei quali  vengono eseguiti in strutture private o attraverso organizzazioni del no profìt. Anche la gravidanza e il periodo postparto è spesso vissuto sulla strada perché le donne sono costrette dai protettori a non “perdere” giorni di lavoro. Il rischio più conosciuto è l'infezione da Hiv; la quasi totalità delle donne ha detto di utilizzare il profilattico con i clienti. Sono i protettori spesso a rifornirle, un atto che permette loro di controllare le ragazze a fine giornata. Tre donne su 10 hanno poi dichiarato di aver abortito almeno un volta da quando sono in Italia. C'è anche chi ha abortito da quattro   a sei volte e sono coloro che dicono di non  usare sempre il profìlattico. L’indagine del Gruppo Abele evidenzia che per le prostitute immigrate non è facile reperire informazioni per l'accesso ai servizi. Ignorano, ad esempio, anche che il pronto soccorso è gratuito. Fra l'altro, il 30% delle intervistate non si sottopone a nessun tipo di test clinico. Le testimonianze delle donne sottolineano “l'esistenza di un'area di criticità delle nostre politiche sociali e sanitarie a favore degli immigrati”. I contatti umani con le prostitute immigrate permettono, secondo i   ricercatori, di creare le condizioni per un eventuale percorso alternativo alla strada.Le donne intervistate sono nigeriane, albanesi, tunisine, dell'Europa dell'est; hanno un'età media di circa 25 anni; il 70% è nubile e circa la metà è in possesso della licenza di scuola media superiore. Intanto il ministro della sanità Umberto Veronesi sta pensando di istituire “unità di strada - come quelle utilizzate per i tossicodipendenti - per avvicinare ed informare le prostitute, in particolare       le clandestine, per farle uscire dal perverso circuito dell'emarginazione. “Sono entusiasta , ha detto il ministro alla presentazione della ricerca del Gruppo Abele - delle sperimentazioni delle unità di strada ad opera del no profit. Servono per, cominciare un dialogo con queste donne, come già avvenne per i tossicodipendenti, per rassicurarle ed informarle sui loro diritti. Il nostro compito - ha sottolineato - è quello di aiutare le fasce meno protette,, le persone più emarginate. E’  importante anche creare un esercito di operatori sanitari che lavorino sulle unità di strada”. Non usa mezzi termini don Luigi Ciotti, presidente del gruppo Abele: “Bisogna far capire cosa c'è dietro la prostituzione. Sentiamo spesso invocare sicurezza per le città. Ma questa è una vergogna, non è pensabile sfruttare questo argomento per calcolo politico. Tanto più che spesso quelli che si propongono per la sicurezza sono poi gli stessi che vanno a donne e hanno tutto I’nteresse a farle continuare a battere”.

 

(da “Il Mattino” del 6 aprile ’01)