di
Nicola Letizia
Chi, nell'attuale temperie, ancora concepisce la politica come un'attività che non ha nulla a che fare con la morale non tien conto delle tensioni, o delle spinte, culturali e civili, diffuse nel Paese, dell'aspirazione popolare a costruire uno stato di diritto, che non dia spazio né alla concussione, né al favoritismo di vario genere, né al clientelismo nelle sue molteplici forme, né ad ogni altro mezzo di accaparramento di voti. Chi dice che il politico di razza deve saper utilizzare tutti i mezzi per conservare il potere, non esclusi quelli illeciti, rimane ancorato tuttora al principio machiavellico che "il fine giustifica i mezzi". Dimostra, d'altronde, di non conoscere affatto il pensiero del grande fiorentino, universalmente riconosciuto l'inventore della scienza politica e uomo di potenti risorse intellettuali e umane. Il Machiavelli non scrisse né pronunciò mai la frase che gli viene attribuita, ma che fu coniata in un momento successivo da critici che pensavano così di sintetizzare l'ampio svolgimento del suo pensiero. E' vero che egli separa la politica dalla morale, ritenendo che l'uomo di governo che fa professione dì buono è destinato a rovinare fra i "tanti che non sono buoni". E' vero che l'uomo di governo, secondo il suo ìntendere, dove saper essere Icone e anello, volpe e serpente per piegare a suo pro le circostanze e le situazioni reali. Ma è altrettanto vero che il Nostro afferma un principio di grande insegnamento per chi cerca affermazioni nella sfera politica e si impegna attivamente in m terreno non facile, non agevole: la "virtù" dell'uomo di governo è buona se è tesa a realizzare l'interesse dello Stato che, in ultima analisi, corrisponde all'interesse dei cittadini essa è cattiva quando si esercita per fini personali ed egoistici. E' evi- dente che, nel suo discorso politico e nel disegno ben precisato nelle linee qualificative dell'uomo di governo, il Machiavelli non prescinde da quello che oggi viene rappresentato con l'espressione "il senso dello Stato", che esige, da parte dì chi esercita attività politica, un comportamento rispettoso della logica del servizio e non della logica del potere. Non ci si deve stancare mai di ripetere l'importanza di tale distinzione. Lo stesso Machiavelli non pone affatto, alla base dell'attività politica, il senso del dominio in assoluto né tanto meno quello del profitto personale per cui gli incarichi dirigenziali diventano mezzi e non fini per la propria personale soddisfazione. Sadica soddisfazione, tanto più immorale in regime democratico! Egli pone, dunque, indicando l'interesse di chi governa, un principio di concordanza tra ciò che è utile a sé e ciò che è utile allo Stato. Sicché, il vero politico è colui che, al di là del tornaconto personale e dell' ambizione al potere per scopi egoistici o di parte, volge la sua opera e il suo impegno a favore dello Stato la cui utilità (va ribadito) rispecchia l'interesse dei cittadini. Seguendo questo corso di pensiero, allora, si deve desumere che non si può non intromettere il valore etico nell'ambito politico, perché l'attenzione, e l'intenzione, di chi governa con spirito di servizio è, per se stessa, volta a fini buoni, giusti, onesti, ma soprattutto si muove con i mezzi consentiti dalle circostanze nel rispetto della trasparenza, dell'equità e della dignità personale e collettiva.