L’intellettuale e la politica.

di Nicola Letizia

Una risposta è dovuta a chi si fa censore degli intellettuali locali di essere assenti, passivi spettatori del degrado civile della nostra cara cittadina. Ricordo l'accorato appello, sotto la cui forma si velava una precisa accusa, rivolto non molto tempo fa agli intellettuali, di essere più attive coscienze civili e politiche. E' costume di spiriti semplici sparare sentenze senza rendersi conto di quel che si dice. Che cosa volesse dire quel caro Catone, non si capisce. Se la sua intenzione non era di fare a scaricabarile, dubbio non facilmente dissipabile, rimane comunque poco chiaro se volesse dire che gli intellettuali devono entrare nell'agone politico, o semplicemente che devono prendere posizione politica, o mettersi al carro di un Marcello di cui il popolo marcianisano, e non solo, ha tante ben sagomate figure, o ancora che devono attendere ad illuminare la coscienza popolare con il frutto dei loro studi che, perciò, deve avere riflesso sociale e politico. Non si capisce se il grande Catone dei nostri giorni abbia fissato una delle ipotesi sopradette o tutte insieme. In ogni caso la coscienza di chi levò l'appello credendo di dire chissà che cosa grande, originale e saggia, appare oltremodo semplice, se non proprio miope sul piano critico, per almeno due ragioni principali: in primo luogo l'intellettuale, in qualsivoglia settore eserciti la sua funzione, svolge opera civica, che è di gran lunga più importante che quella politica; poi egli, per sua natura rappresenta un modus vivendi civile che rifiuta la condotta, certamente scorretta, dei tanti Marcello che hanno ridotto la politica a gioco di potere egoisticamente inteso, anziché a servizio. L'intellettuale consapevole non può non rifiutare la demagogia come sistema elettorale, disdegnare il clientelismo, il voto di scambio, ogni forma di coartazione della coscienza dell'elettore, così come non può non ricusare il risvolto partitocratico o almeno gli aspetti negativi della partitocrazia. Soprattutto la sua coscienza morale rifiuta ogni forma di coartazione o di compromesso che ne svilisca la personalità e la formazione umana, lo stile di vita, che ha certo una rilevanza civica, non politica. Se volesse entrare nell'agone politico, quanti marcianisani sono disposti a votare chi vuole conservare la sua dirittura morale, la libertà della sua coscienza, l'autonomia di giudizio, il suo "senso della cosa pubblica che contraddice l'andazzo del favoritismo, essendo questo negatore della giustizia e dell'etica sociale e civile, andazzo che una lunga, troppo lunga!, pratica politica attuata da uomini di scarso senso civico e, soprattutto, miopi c/o per nulla portati a guardare oltre il proprio naso, in passato e nel presente, ha fatto radicare nella coscienza popolare, che è coscienza semplice, facilmente turlupinabile, pressata com'è da bisogni elementari della sopravvivenza. L'elettorato marcianisano oggi è convinto, perché così gli si è fatto credere, che "'a chiavetèlla" apre porte altrimenti chiuse, il politico in quanto uomo di potere può abbattere muri altrimenti insormontabili, il "favore" è più dei diritto per avere un posto di lavoro, l'approvazione di un progetto e quant'altro non potrebbe ottenere seguendo il normale iter, e perciò si fa in quatto per godere l'amicizia di chi ha imparato a stringere le mani callose, vantaggi personali al di làdei lecito e dei giusto. Può l'intellettuale che si rispetti scendere tanto in basso? Ecco. Chi ha l'occhio su quella che presume essere la classe politica locale, ma anche quella nazionale, non può non avere un moto di ribellione, per usare un eufemismo: non c'è chi abbia un programma di opere utili da attuare; non c'è chi abbia pianificato la sua azione politica secondo un disegno programmatico di interesse comune; non c'è chi sappia fare pro- poste sensate, lungimiranti, su cu riflettere per operare quel bene comune che è ragione e fondamento dello Stato. Ma sa fare promesse, demagogia, bidoni, compromessi di ogni sorta. Un intellettuale della levatura di padre Salvatore Lener, giurista di gran taglia, previde già nel 1951 questa degenerazione della democrazia mentre scriveva che lo Stato deve riflettere il bene comune (giustizia sociale, salute pubblica, lavoro, ecc.) e che lo Stato a regime democratico non può non fondarsi su tre principi essenziali: la dignità della persona, la libertà, la tolleranza che è dialogo e concordia civile, basilari alla pace nel bene dei popolo.

Chi levò quell'appello considerò questi aspetti elementari della questione?