Scrittori italiani raccontano il Sol Levante

Il conterraneo Jenco tra i divulgatori della poesia  giapponese.

di Salvatore Delli Paoli

Mentre si apre a Tokio (sabato 21 aprile) il convegno “Scrittori italiani raccontano il Sol Levante”, promosso dal premio Grinzane Cavour, nell’ambito delle manifestazioni “Italia in Giappone 2001”, non è fuor di luogo ricordare che Napoli ha il merito di aver fatto conoscere, tra le prime città europee, la poesia giapponese in Occidente, attuando, nei primi anni del Novecento, un ideale collegamento con le seduzioni dell’arte orientale del paese del Sol Levante, grazie all’opera di quel grande diffusore della cultura giapponese in Italia che fu Haruchici Shimoi, che trovò entusiastiche adesioni alla sua opera nel gruppo di scrittori raccolti intorno alla rivista “La Diana”, di cui era l’anima Gherardo Marone. Shimoi era impegnato in quegli anni a cavallo della prima guerra mondiale nel lavoro di traduttore in giapponese di Dante. Docente di Iamatologia presso l’ Istituto Universitario Orientale di Napoli, Shimoi aveva conosciuto Gabriele D'Annunzio durante la prima guerra mondiale, alla quale aveva partecipato in quali­tà di corrispondente di guerra; aveva successivamente segui­to il “comandante” nella marcia su Fiume e addirittura dal poeta, che aveva progettato di partecipare al famoso raid Roma-Tokio, era stato nominato caporale d'onore della sua guardia del corpo personale, durante un banchetto svoltosi a Fiume, nel corso del quale il D'Annunzio pronunziò un brindisi in onore di Shimoi che era un inno alla resurrezione asiatica. A Fiume Shimoi, secondo quanto ha scritto recentemente Indro Montanelli, tracciando un formidabile ritratto di questo giapponese che nella Tokio dell’immediato secondo dopoguerra gli parla in napoletano e chiede notizia di Napoli e dell’Italia, veniva impiegato anche come corriere da D’Annunzio dei suoi messaggi indirizzati a Mussolini. A Napoli Shimoi, “nel 1916, fervendo in pieno l’avanguardi-smo post-vociano della “Diana”, scoprì su quella rivista, a un gruppo di giova­ni studiosi, le trasparenti meraviglie della poesia giappo­nese”. A scrivere questo appassionato ricordo è Elpidio Jenco, allora giovane poeta collaboratore della “Diana” di Marone, che conobbe molto bene Shimoi, insieme al quale, di lì a poco, darà vita alla rivista “Sakurà”, che, dopo la chiusura della “Diana”, nel 1917, continuò, sia pure per un breve tempo, a far conoscere la poesia giapponese, soprattutto quella popolare. Ma fu dunque “La Diana” a rivelare in Italia, in maniera corposa, la pressoché sconosciuta lirica giapponese. Anzi le scoperte della “Diana” furono le prime tentate in lingua europea dei poeti del Myojo, raffinatissimi cesellatori dei tanka, la forma breve della versificazione lirica popolare giapponese, che nel giro di appena trentuno sillabe concludeva l’immagine lirica. La quale contribuì non poco ad alimentare quel gusto del frammento lirico e della poesia "pura", verso cui alcuni componenti del composito gruppo di intellettuali dianisti si sentiva naturalmente portato e Jenco con loro: non a caso, dopo la pubblicazione, avvenuta anch’essa a Napoli, delle poesie giapponesi, tradotte da Haruchici Shimoi e Gherardo Marone (Poesie giapponesi di Akiko Yosano, Suikei Maeta, Tekkan Yosano, Nobutsuna Sasaki, Isamu Yoshii, Napoli, Riccardo Ricciar­di Editore, 1917), è Jenco stesso che, in veste di traduttore e di interprete, fa conoscere al pubblico il “Sei ga ha” (Onde del mare azzurro) di Yosano Akiko e il “Temba no michi ni” (Sulle orme dell'Ippogrifo) di Tsucii Bansui, insieme ad altre composizioni dell'antica poesia giapponese apparse sulla rivista Sakurà, “la fresca rassegna di cultura italo-giapponese di interesse europeo, di cui ho l'orgoglio di essere stato, a designazione di Shimoi, il redattore-capo, durante il suo periodo più attivo”, come scrive lo stesso Jenco, a distanza di anni. Quella di Shimoi a Napoli fu dunque una presenza davvero importante, purtroppo ancora poco nota, soprattutto per il lavoro da lui svolto, insieme a Jenco e ad altri, sulle pagine di “Sakurà”, che non fu affatto un bazar orientale di trite curiosità esotiche, ma che, come scrive Jenco, in un tardo ricordo del 1932, “ci aprì la strada a gioie inattese, a scoperte di volti fraterni, a comprensioni di spiriti che avevamo creduto distanti”, una rivista di cui “tracce ed echi e riflessi si trovano, volere o non volere, in certi atteggiamenti della nostra lirica più viva”.

(Testo ripreso dal “Corriere del Mezzogiorno” del 18.4.2001,pag.13)

Elpidio Jenco, nacque a Capodrise (Ce) il 9 febbraio 1892. Dopo i primi studi al Seminario vescovile, frequentò il Liceo “P. Giannone” di Caserta per quindi conseguire la laurea in   Lettere      Classiche presso l’Università di Napoli ed in Lingua e Letteratura Francese presso l’Istituto Universitario Orientale. Morì a Viareggio il 10 febbraio 1959.

 

  H. Shimoi

 

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